Chrome Sky “Artificial”: uno sguardo chirurgico e impietoso alla condizione esistenziale e alienata dell’uomo | (Review: Wolf89)

Artificial

Non saprei come aprire le porte del teatro mentale che mi trascino ogni giorno, ma una cosa la so: oggi recensirò un album dalle potenzialità eccellenti.
Si parla dei Chrome Sky e del loro disco “Artificial“, che fonde una nuova forma di metal proiettato sull’elettrico. L’album scaraventa l’ascoltatore stesso in un limbo sensistico capace di distruggere e cancellare il creato di Dio per un’ora netta o più. Cominciamo!

– “Artificial Man“: Tutto sboccia istantaneamente con questo pezzo che sin’ da subito si insinua con voci lucidamente pure e limpide, come l’acqua che scorre nelle sorgenti termali. Gli strumenti creano un eterno labirintico viaggio all’insegna dello stupore, del tempo che si modella, come fecero anni fà i Pink Floyd. Le invisibili mani del vocalist ti portano verso l’inesplorato stato di transizione spiritica. Tutto si allinea ancora ed ancora, mentre nella tua mente un limbo indefinito collassa su se stesso dal primo all’ultimo secondo, per poi scomparire di netto come se tutto ciò fosse stato un semplice sogno grazie alla frase finale troncata.

– “Corruption” o in Italiano “Corruzione”: sembra quasi un vestito stretto che non ti fa respirare; un continuo viaggio nella fatica, nel dubbio e nei diversi raptus di tic irrefrenabili.
Una continua ricerca di risposte che mai arriveranno, mentre la rabbia corrode il senso di giustizia ed apre altre porte labirintiche per confondere le tue scelte.
La chitarra si fa sempre più elettronica, la batteria continua come un metronomo e la voce sottolinea un quesito a cui non si potrà mai rispondere. Il tutto si completa con una tastiera quasi ecclesiastica ai confini del credo stesso. E mentre l’organo chiude, la domanda rimane per essere contemplata all’insegna del miglior fato.

– “My Male Function“: canzone che percorre imperterrita una strada…ma quale?
Quella della conoscenza? Quella della sicurezza? Quella che ti fa capire perché esistiamo in questo mondo? No.
Una semplice e indefinita strada verso la continua ricerca dell’impreciso.
Canzone che risuona meglio in un giorno all’insegna del sapere, mentre un leggiadro assolo invade il nostro inconscio. Canzone dai tratti scomposti, capace di dare una nuova forma all’immaginario collettivo, mentre la voce si sdoppia e crea un contorto via-vai di luci colorate nell’aria circostante, per poi scomparire e portarsi dietro la corona della parola.

– “The Chrome Sky“: starebbe bene in una notte tranquilla davanti al mare, mentre le stelle diventano puntini da unire, mentre il tutto diventa niente ed il niente diventa vita.
Canzone che man’mano si tramuta cancellando la tranquillità e lasciando spazio ad un’unica parola…”Tardi”.
Tardi per rincorrere i sogni, tardi per tenere le mani di una donna ormai tra le braccia di qualcun’altro. Nella testa rimbomba il ticchettio dell’orologio del Bianconiglio, mandando i tuoi pensieri da un’altra parte…una parte che ancora non conosci, una parte di cui hai paura.
Una parte che risiede in te e che vuole uscire da quell’invisibile gabbia, mentre il mondo attorno svanisce dall’obbiettivo come quel dannato suono che si sente a fine canzone…un suono di televisore immerso nello scenario dei puntini in B&N.

– “Redemption“: la canzone che, secondo il mio punto di vista, confessa cosa indica tale album: “Ho visto il mondo e non fuggirò…”. Una semplice visione dettata a metà pezzo e il tutto si allinea senza sbavare.
Un album che manda in coma il cervello, per poi svegliare l’ascoltatore proiettandolo nello scenario quotidiano.
Uno scenario ai limiti della sopportazione possibile ed immaginaria…uno scenario che nel subconscio chiede redenzione per tutti i troppi peccati commessi dall’inizio dei tempi.

– “I Dream Of The Day“: ovvero l’altra faccia della medaglia di “Redemption”…pezzo che ti inghiotte in un allucinogeno scenario all’insegna del peccato e dell’incubo.
Pezzo che trasmette l’oblio che un uomo sente nel suo io ogni giorno che passa all’insegna dell’auto-collisione, mentre cerca invano la redenzione ai troppi errori che, amalgamandosi omogeneamente, creano mali incurabili.
Canzone che trasmette una speranza del tutto vana ai limiti della vita…

– “My Scars“: o, che dir si voglia, chiusura, fine. Un taglio netto, come indica il titolo a questo album. Nelle orecchie rimbombano le tastiere e la batteria. La canzone ci fa sentire assiduamente questa frase, incollatasi al nostro subconscio come un insetto alla carta moschicida, come se tutto quanto ci rimanesse dentro ora e per sempre. Un continuo “Ricordati che…” capace di allontanarci sempre di più dal reale, mentre un pianoforte ci coccola per poi farci avvicinare ad un ruvido sonoro che a poco a poco aumenta finendo all’istante.

Insomma un disco che racchiuderei in un’unica frase, ovvero: “Visione ipnotica ai limiti del reale”.
La musica ferma il tempo mentre tutto va alla rinfusa… la confusione diventa certezza e la certezza impensabilmente crea dubbio…e, se ci sono i dubbi, arrivano anche le risposte.

Voce: 6,5.
Chitarra: 7.
Basso: 7.
Batteria: 7.
Tastiera: 8.
Voto album: 7,5.

Wolf89

Related posts

Rispondi